Il vino Aglianico

aglianico

Furono i Greci prima e i popoli Osco-Sanniti dopo, seguiti dai Romani, ad impiantare, sui dolci declivi delle colline del Vùlture, la vite, il famoso ceppo Hellenico, padre dell’attuale vitigno-Aglianico. L’Aglianico del Vùlture è stato riconosciuto vino DOC nel 1971, non può essere messo in consumo prima del 1° novembre dell’anno successivo alla vendemmia, può portare la qualifica di “vecchio” se maturato per almeno 3 anni in botti di legno e con gradazione minima di 12°; può fregiarsi del nome “riserva” se invecchiato per almeno 5 anni di cui 2 in botti di legno e con gradazione alcolica non inferiore ai 12,5°.

Le uve maturano tardivamente e hanno grappoli medi più o meno serrati con buccia spessa, di colore violetto carico.

Le zone definibili “cru” si trovano tra i 550 e i 650 metri di altitudine e San Savino, tra Rionero e Ripacandida, è unanimamente considerata quella che produce i vini più raffinati. Un’area definita ottima si trova sulla piana che si estende tra Venosa e Maschito, dove si trova anche la più alta concentrazione di vigneti DOC di Aglianico. Qui i terreni sono di natura argillosa-calcarea, da ciò ne consegue che i vini sono più delicati nei profumi e di buon corpo.

Il vino che si ottiene, se giovane, ha un colore rosso rubino con profumi delicati, sapore asciutto, sapido, tannico. L’elevazione dona gusti più pronunciati, mai pesanti e delicatamente vellutati. La maturazione in botti di rovere ne ammorbidisce il carattere, un lungo affinamento in bottiglia consente all’Aglianico di essere annoverato tra i più grandi vini italiani. Accompagna perfettamente i saporosi piatti della cucina lucana, dai primi a base di pasta condita ai secondi a base di carni lungamente cotte o grigliate.

La DOC degli ultimi anni ha visto in 15.442 hl del 1991 il massimo della produzione scesa a 9.761 hl nel 1995 e risalita a 11.601 nel 1997.

Le annate più significative sono state quelle del 1985, 1990, 1993, 1994, 1997, 1999, 2000 e 2001. Circa 10.550 ettari (di cui il 41,3 in montagna e il 45,4 in collina) sono in mano a 1.360 aziende iscritte all’albo dei vigneti; producono 750.000 quintali di uva che vengono trasformati in 525.000 quintali. Solo il 10% di tutto il vino prodotto diventa DOC, il resto è commercializzato come vino da tavola o a Indicazione Geografica Tipica.