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La suggestiva chiesa dedicata a Santa Barbara, scavata alla punta estrema del rione Casalnuovo nel Sasso Caveoso, conserva intatte le strutture architettoniche che le attribuiscono una chiara connotazione bizantina.
Il periodo di fondazione, infatti, si data a cavallo tra il X e l’XI secolo in concomitanza col periodo di massima bizantinizzazione del territorio lucano2. A preservarla intatta, e a dotarla delle mirabili raffigurazioni ad affresco, dovettero contribuire le numerose comunità pastorali3 di origine serbo-croata che a partire dal XV secolo abitarono la parte meridionale del Sasso Caveoso, poco distante dalla cripta4.
Preceduta da un piccolo nartece è l’aula dei fedeli che è separata dall’area sacra (il bema) da un elegante e intatta iconostasi traforata, simbolo inequivocabile della sua grecità. A decorare la copertura in roccia calcarenitica sono le due cupole e, ancora, la sottile cornice ornata da un motivo a denti di sega che ricorda esattamente quella presente nella vicina chiesa rupestre di Santa Lucia alle Malve5. Alla semplicità della parete sinistra del naos si contrappone la ricchezza decorativa della parete opposta. Su di essa è inserita la struttura litica dell’ambone ricavato in una delle due nicchie separate da un pilastrino rastremato coronato da capitello trapezoidale a duplice profilatura. Oltrepassata l’iconostasi si accede al bema costituito da un’abside centrale sulla cui sinistra è disposto l’ambiente della prothesis terminante con un’abside piatta.
Alla vetustà dell’architettura si contrappone un ricco apparato decorativo di elevata cultura tardo-gotica.
Tralasciando i se pure preziosi frammenti di quella che dovette costituire un tempo la decorazione originaria del sito – quali i due riquadri prospicienti l’iconostasi e raffiguranti una Santa Barbara e un Santo benedicente di evidente influsso bizantino – a catturare la nostra attenzione sono le pitture che, intrise di un gusto aulico e cortese, contribuiscono ad arricchire la già mirabile iconostasi. Racchiuse all’interno di un’elegante cornice dalla decorazione a cosmatesche, sono le due immagini raffiguranti la Vergine in trono col Bambino6 (denominata Madonna del fico per l’attributo iconografico del frutto che, raffigurato nella mano sinistra della Vergine, simboleggia la passione di Cristo) e la Santa Barbara. Entrambe le figure, così elegantemente abbigliate e acutamente curate nei dettagli espressivi del volto, sono da collegare alla mano di un solo artista che eseguì pure la piccola scena bucolica avente per soggetto Due pastori oranti col proprio gregge. Erroneamente identificato con il committente del ciclo7, il soggetto raffigurato, accompagnato per altro da una seconda figura rappresentata di tergo e della quale, tuttavia, si intravedono soltanto i piedi a causa di una significativa caduta dell’intonaco8, sarebbe da identificare piuttosto con un rappresentante di quelle numerose comunità pastorali che già a partire dal XV secolo erano «forse organizzate in una confraternita di mestiere»9. A eseguirle, presumibilmente, intorno al secondo e il terzo decennio del XV secolo10, fu dunque un artista di provenienza locale, al quale, per via della mancata identità, si è preferito assegnare il nome di «Maestro dei pastori» o «Maestro di Santa Barbara»11.
Successive risultano, infine, le pitture murali che, raffiguranti la Santa eponima, sono disseminate sulle pareti laterali del naos: l’unica databile con certezza al 1520 è quella che si osserva sull’ala destra dell’iconostasi, 1Santa Barbara, figlia di Dioscuro, re di Nicomedia, raffigurata con la corona e la torre, fu martirizzata nel IV secolo.
Ella si convertì al cristianesimo durante la reclusione all’interno della torre – raffigurata con tre finestre in onore della Trinità – fatta costruire dal padre perchè nessuno potesse vederla. Alla notizia della sua conversione, il padre la consegnò al giudice e ne fu lui stesso il boia.

 

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